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Antonella De Rosa è insegnante di scuola dell’infanzia e collezionista di bambole. Nel suo libro, disponibile su Amazon, “Ci sto io – Tra le mani la memoria, nel cuore mia madre”, affronta il tema della memoria familiare, del legame madre-figlia e del lutto attraverso ricordi quotidiani, oggetti simbolici e tradizioni vissute tra Napoli e Roma. Il libro nasce dalla perdita della madre e si sviluppa come un racconto intimo fatto di emozioni, rituali domestici e ricordi custoditi nel tempo. Oggi incontriamo l’autrice del libro per parlare di questo legame indissolubile, ivi descritto attraverso una scrittura intensa e autentica.

Come nasce l’idea di scrivere Ci sto io? C’è stato un momento preciso in cui hai sentito il bisogno di trasformare il dolore in parole?

“Ci sto io “ non nasce da un progetto editoriale, ma da un’esigenza interiore. Per anni ho custodito ricordi, immagini, frasi ascoltate in famiglia e soprattutto il rapporto intenso e complesso con mia madre. Quando lei è venuta a mancare, mi sono accorta che il dolore non chiedeva soltanto di essere sopportato: chiedeva di essere raccontato. Non c’è stato un unico momento preciso, ma una lenta sedimentazione. Alcuni ricordi continuavano a tornare con insistenza: le sue parole, i suoi silenzi, i gesti quotidiani, le fragilità, la forza con cui ha affrontato la vita. Ho capito che rischiavano di perdersi, se non avessi dato loro una forma. La scrittura è diventata così uno spazio di incontro tra passato e presente. Non ho scritto per liberarmi dal dolore, perché certi dolori non si cancellano; ho scritto per abitarli in modo diverso. Trasformare la memoria in parole mi ha permesso di restituire dignità ai ricordi e di dare voce non solo a mia madre, ma anche alle generazioni che mi hanno preceduta: mio padre, le nonne, gli zii,  le loro storie, i luoghi della famiglia, le bambole che hanno accompagnato tutta la mia vita che nel libro, diventano simboli di memoria e continuità. “Ci sto io” è nato così: dal desiderio di non lasciare che le persone amate scomparissero una seconda volta nel silenzio. Scrivendo ho scoperto che la memoria non appartiene solo a chi ricorda, ma può diventare un ponte verso gli altri. E forse è proprio questo il senso più profondo del libro.

Il titolo “Ci sto io” racchiude una promessa molto forte. Cosa rappresenta per te questa frase oggi?

“Ci sto io” è una frase che ho pronunciato per gran parte della mia vita. La dicevo nelle situazioni più diverse, spesso per sdrammatizzare, per alleggerire una preoccupazione, per proteggere mia madre da una fatica o da un peso. Dietro quelle tre parole c’era il mio modo di esserle accanto: un gesto semplice, quasi spontaneo, che però racchiudeva tutta la mia disponibilità e il mio amore. Con il tempo mi sono resa conto che in quella frase, si era condensata anche una dinamica particolare del nostro rapporto. Io ero diventata, in qualche modo la “madre della madre”. Sentivo il bisogno di sostenerla, mentre lei faceva fatica a lasciare quel ruolo che aveva ricoperto dalla mia nascita in poi.  Tra noi si era creato un equilibrio fatto di cura reciproca, ma anche di una lenta inversione dei ruoli che spesso accompagna gli ultimi anni di un genitore. Per questo ho scelto “Ci sto io” come titolo del libro. Non è soltanto una promessa di presenza, ma il riassunto di un legame. Oggi quella frase ha assunto un significato ancora più profondo. Mia madre non c’è più fisicamente, ma continua a vivere nei miei gesti, nelle mie parole, nei valori che mi ha trasmesso. Se un tempo dicevo “Ci sto io” per rassicurare lei, oggi sento che quella frase mi accompagna ogni giorno come un’eredità. In un certo senso, oggi mia madre sono io: porto avanti la sua memoria, custodisco la sua storia e continuo a darle voce.

Tua madre emerge come una presenza viva, concreta, quotidiana. Qual era il suo insegnamento più grande?

L’insegnamento più grande che mi ha lasciato mia madre è racchiuso in una frase che ripeteva spesso: “Bisogna saper dare risposte nuove a domande nuove ogni giorno”. In queste parole c’era tutta la sua visione della vita. Per lei crescere, non significava aggrapparsi alle verità di ieri, ma avere il coraggio di metterle in discussione e cercarne di nuove, anche quando erano scomode o facevano male. Era una donna curiosa, aperta al cambiamento, capace di interrogarsi continuamente. Persino negli anni della malattia, quando non poteva più uscire e il suo mondo si era ristretto nelle mura di casa, non smise mai di guardare oltre. Continuò a coltivare la sua grande passione per le bambole, seguendo collezionisti e iniziative a distanza. Con una determinazione sorprendente, imparò a usare strumenti tecnologici che molte persone della sua generazione consideravano complicati. Era diventata persino più tecnologica di quanto avrei immaginato e riusciva ancora a sorprendermi, persino con regali scelti e acquistati da lontano. Credo che il suo vero insegnamento sia stato questo: la vita cambia continuamente e non possiamo affrontarla con le stesse risposte di sempre. Dobbiamo continuare ad imparare, ad adattarci, a cercare nuove strade. Lei lo ha fatto fino all’ultimo giorno e ancora oggi, quando mi trovo davanti  a qualcosa che non conosco o che mi spaventa, mi ritrovo a pensare a quella sua frase e alla libertà che conteneva.

Nel libro ci sono molti dettagli domestici: odori, oggetti, piccoli rituali. Perché hai scelto di raccontare il dolore attraverso la quotidianità?

Perché è proprio lì che il dolore si deposita senza fare rumore, tra le cose di tutti i giorni. Gli odori, gli oggetti, i piccoli gesti e i rituali sono come ganci invisibili: attraversano i sensi e riportano indietro intere scene del passato, intatte, vive. La cucina in particolare, nei gusti e nei profumi di certi piatti, diventa il luogo in cui tutto si esplica: lì, il dolore non è mai astratto, ma passa attraverso i sensi e prende forma concreta, quasi tangibile. Le parole dette in cucina, i commenti sulla quotidianità, e le frasi ripetute quasi senza pensarci, ritornano prorompenti nella memoria. E’ come se la vita di allora restasse incastrata dentro le cose semplici e bastasse un dettaglio minimo per riaprirla tutta.

Le bambole e le Barbie anni ’90 diventano quasi simboli emotivi. Che valore hanno avuto nella tua vita e nel rapporto con tua madre?

Le bambole e le Barbie hanno avuto un ruolo importante nella mia vita e nel rapporto con mia madre, ma in modo diverso da come si potrebbe immaginare. Quando alla fine degli anni Novanta, iniziammo la nostra attività come collezioniste e venditrici, non erano le bambole contemporanee di allora ad interessarci maggiormente. Mia madre era principalmente alla ricerca delle bambole Furga degli anni Sessanta, quelle che aveva conosciuto, amato e collezionato da giovane. Io, invece cercavo le Barbie degli anni Settanta che avevano accompagnato la mia infanzia e che ritrovavo con emozione nelle fiere del collezionismo e nei mercatini. Questa passione condivisa divenne presto molto più di un hobby. Era un progetto costruito insieme, fatto di ricerche, scoperte, cataloghi, mercatini, telefonate e incontri. Le bambole erano il punto di partenza, ma ciò che contava davvero, era il tempo trascorso fianco a fianco e la complicità che si era creata tra noi. Ognuna inseguiva i propri ricordi attraverso gli oggetti protagonisti dei decenni precedenti da noi vissuti e in questo dialogo tra generazioni trovavamo un terreno comune. Paradossalmente oggi, sono proprio le bambole e le barbie degli anni Novanta, che allora consideravamo moderne e poco interessanti rispetto ai nostri oggetti del cuore, a suscitare in me una forte emozione. Sono diventate anch’esse oggetti del passato, hanno ormai oltre trent’anni e mi riportano immediatamente all’inizio di quella avventura condivisa. Quando le vedo, non penso tanto alle bambole in sé, quanto a mia madre, alle nostre ricerche, all’entusiasmo con cui costruivamo insieme quel piccolo mondo. Per questo nel libro le bambole assumono un significato che va oltre il collezionismo. Sono contenitori di memoria, fili che collegano epoche diverse della nostra vita e simboli di un legame profondo. Attraverso di loro rivivono non solo l’infanzia e i ricordi, ma anche una delle esperienze più belle che io e mia madre abbiamo condiviso.

Quanto c’è della Napoli e della Roma della tua infanzia nelle pagine del libro?

Napoli e Roma hanno caratterizzato profondamente la mia vita e occupano un posto importante anche nelle pagine del libro. Napoli è la città dove sono nata e dove ho vissuto la mia infanzia accanto ai miei genitori. Me l’hanno fatta conoscere e amare a trecentosessanta gradi: non solo i luoghi più celebri, ma anche le tradizioni, i racconti, e la sua anima più autentica. Poi c’era Capri, alla quale mio padre era particolarmente legato per il suo negozio di gioielli e che era diventata per me una sorta di regno fatato. Ogni visita era un’avventura fatta di mare, colori, profumi e meraviglia. Di Napoli, però, ho conosciuto anche il passato, quello precedente alla mia nascita. Attraverso i racconti dei miei genitori ho imparato a immaginare la città della loro giovinezza, gli anni della guerra e della ricostruzione, i cambiamenti sociali e culturali che avevano attraversato. In questo modo Napoli è diventata per me non soltanto un luogo vissuto, ma anche un luogo ereditato attraverso la memoria familiare. Roma, invece, era la città natale di mia madre. L’ho frequentata intensamente fin dall’infanzia quando andavamo a trovare le sue zie, che abitavano, una nella periferia del Quadraro e l’altra al centro della città nei pressi del Quirinale. Erano soggiorni che attendevo con entusiasmo. Passeggiare tra quelle strade, attraversare piazze e monumenti che sembravano appartenere a tutte le epoche insieme, mi ha lasciato un’impronta profonda. Proprio lì, davanti a quella bellezza senza tempo, è nata la mia passione per l’arte, una passione che continuo a coltivare ancora oggi. Napoli e Roma rappresentano quindi, due parti complementari della mia identità. Entrambe sono intense, entrambe mi appartengono e, in modi diversi, abitano le pagine di “Ci sto io”.

Essere insegnante di scuola dell’infanzia influenza anche il tuo modo di scrivere e di osservare le emozioni?

Sicuramente il mio lavoro di insegnante di scuola dell’infanzia ha accentuato negli anni una sensibilità che faceva già parte del mio carattere. Lavorare ogni giorno con i bambini significa imparare ad ascoltare ciò che spesso non viene detto, cogliere emozioni, sfumature, piccoli gesti e linguaggi non sempre espressi con le parole. Questa attenzione verso il mondo emotivo ha inevitabilmente influenzato anche il mio modo di osservare e di raccontare la realtà. Tuttavia, il desiderio di scrivere è nato molto prima della mia carriera scolastica. Fin da ragazza ho sempre amato la corrispondenza. In un’epoca in cui internet non esisteva ancora, intrattenevo rapporti epistolari con persone di molte parti del mondo. Inizialmente scambiavo cartoline, affascinata dall’idea che un’immagine e poche righe potessero raccontare una città, una cultura, una vita diversa dalla mia. Successivamente, grazie alla passione per il collezionismo, iniziai a corrispondere non solo con collezionisti di cartoline e di storia postale,  ma anche con collezionisti di bambole italiani e stranieri. Scrivere lettere significava raccontarsi, osservare, condividere emozioni ed esperienze. Credo che proprio lì abbia avuto origine il mio modo di scrivere: nella curiosità verso le persone e nel desiderio di creare legami attraverso le parole. L’insegnamento ha certamente affinato questa capacità, ma la passione per la scrittura e per l’ascolto delle storie altrui, mi accompagna da sempre.

Cosa speri provi un lettore dopo aver chiuso il libro? Hai ricevuto messaggi che ti hanno colpita particolarmente?

Spero che ogni lettore possa ritrovare nel libro qualcosa di sé e della propria vita. Pur raccontando una storia profondamente personale, non ho mai scritto pensando soltanto a me o alla mia famiglia. Ho cercato di dare voce a emozioni universali: l’amore tra genitori e figli, la memoria, il tempo che passa, la perdita, ma anche ciò che continua a vivere dentro di noi. Mi piacerebbe che chi chiude il libro, portasse con sé la sensazione di essersi riconosciuto in una pagina, in una frase, in un ricordo, anche se la sua storia è diversa dalla mia. Ho ricevuto molti messaggi e molte recensioni che mi hanno emozionata profondamente. Mi colpisce soprattutto chi ha scritto di aver ritrovato nella mia vicenda, qualcosa della propria esperienza e chi ha sottolineato la mia capacità di rendere universale, una storia personale. È forse il complimento più bello che possa ricevere una persona che scrive. Mi hanno toccato anche le riflessioni sull’importanza di dire “ti voglio bene” finché ne abbiamo la possibilità, senza rimandare parole e gesti che un giorno potrebbero mancarci. E mi emoziona chi ha percepito nel libro un messaggio di consolazione: l’idea che l’amore resti, anche quando tutto il resto cambia, e che il legame con le persone che abbiamo amato, non si interrompa con la loro assenza. Tra le osservazioni che ho ricevuto, mi hanno colpito particolarmente quelle dedicate alla scrittura.  E’ stata definita asciutta, vibrante, lineare e costruita per immagini. Mi sono riconosciuta molto in queste parole, perché è proprio attraverso immagini, dettagli quotidiani, oggetti, odori e piccoli gesti che la memoria torna a vivere e diventa racconto.

Dopo “Ci sto io”, hai già altri progetti letterari in mente?

Dopo “Ci sto io “ ho già in mente un nuovo progetto letterario. Mi piacerebbe scrivere un secondo libro dedicato interamente al mondo delle bambole, che per me non è mai stato solo un collezionismo, ma un vero e proprio linguaggio della memoria. Vorrei raccontare i miei anni trascorsi tra mercatini e fiere, gli incontri fatti, gli aneddoti vissuti, e le storie che ogni bambola porta con sé. Ogni oggetto, ogni volto, ogni ritrovamento è legato a una persona, a un momento, a un frammento di vita che merita di essere narrato.

Ci sono libri che si leggono, e altri che si sentono. “Ci sto io” appartiene a quei racconti che parlano piano ma arrivano in profondità, perché toccano qualcosa che tutti conosciamo: l’amore, l’assenza e la memoria. Grazie ad Antonella De Rosa per aver trasformato il ricordo in una testimonianza, capace di parlare al cuore di molti lettori.

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