Grande partecipazione di pubblico al “Salotto Striano” dedicato ad Austin Forte, svoltosi mercoledì 27 maggio presso l’Aula Magna della Fondazione Humaniter di Piazza Vanvitelli, a Napoli. Una serata intensa e sentita, organizzata per ricordare uno degli artisti più poliedrici e affascinanti della scena musicale napoletana del Novecento: musicista, compositore, pittore e autore amatissimo, capace di lasciare un segno ben oltre il tempo della sua stagione artistica.

L’incontro, dal titolo “Ricordando Austin Forte – La Tromba d’Oro Italiana”, ha alternato musica dal vivo, testimonianze personali e momenti di autentica emozione, restituendo non soltanto il profilo artistico del Maestro, scomparso ventuno anni fa, ma soprattutto la dimensione più intima e umana di un personaggio rimasto profondamente nel cuore di molti.

Protagonista assoluta della serata è stata l’attrice Liliana Palermo, moglie di Austin Forte e compagna degli ultimi anni della sua vita, che ha condiviso con il pubblico ricordi privati, episodi inediti e riflessioni cariche di sentimento. Quando ha iniziato a raccontare l’uomo dietro l’artista, la serata ha smesso di essere un semplice omaggio musicale.
“Austin non era un uomo comune”, ha detto. E in quella frase c’era già tutto. Perché Austin Forte era difficile da amare e impossibile da dimenticare: uno di quegli uomini che divorano la vita senza misura, con lo stesso entusiasmo con cui stringono una tromba, accendono una sigaretta o si innamorano. Volitivo, capriccioso, brillante, superstizioso, passionale. “Tutto in lui era estremo”, ha ricordato ancora Liliana, e mentre lo raccontava sembrava quasi sorridere alla fatica e alla fortuna di aver vissuto accanto a lui. L’incontro è proseguito così: musica e confessione, ricordo e spettacolo.
Nel corso dell’incontro si sono alternati gli interventi musicali di Luca Nasti, Imma Russo, Rosy Botti e del sassofonista Lucio Sigillo, che ha eseguito una raffinata versione di “Bésame Mucho”, brano particolarmente amato da Austin Forte e capace di restituire alla sala un’atmosfera elegante e nostalgica, quasi da salotto musicale d’altri tempi.
Un evento eclettico che ha rispecchiato mirabilmente il temperamento di Austin Forte, che non apparteneva alla categoria degli artisti disciplinati e prevedibili. Ed era proprio questa sua natura eccessiva, irregolare e travolgente a renderlo irresistibile.
Era un uomo da notti lunghe, intuizioni improvvise e passioni consumate fino all’ultima scintilla. Uno che dormiva con la tromba accanto al letto e che, scherzando con un giornalista, confessò un giorno: “Tre donne mi hanno lasciato perché amavo la tromba più di loro”. E forse era proprio vero.
La sua storia sembra uscita da un romanzo del Novecento italiano. Nato a Orsogna, ma profondamente napoletano nell’anima, figlio di Alberto Forte, trombonista del Teatro San Carlo, fu considerato un bambino prodigio già in tenerissima età. Ma la musica, da sola, non gli bastava: aveva bisogno di dipingere, creare, agitarsi, consumarsi dentro l’arte.
“La musica e la pittura sono il mio modo di avere rapporti con il mondo”, diceva.
E infatti dipingeva come viveva: con furia. Suonava come parlava: senza difese.
Liliana Palermo lo ha descritto senza addolcirlo mai. Ed è stato questo il momento più intenso della serata: nessuna santificazione, nessuna retorica, solo verità umana.
“Era allegro, umano, stravagante, scaramantico, tenero, sicuro di sé…”, ha ricordato con una voce che a tratti sembrava scivolare nel tempo.
Durante le due ore del “Salotto Striano”, tra gli applausi agli artisti ospiti e i racconti affidati alla memoria, si è avuta continuamente la sensazione che Austin Forte potesse comparire da un momento all’altro, con quella sua ironia guascona, la tromba stretta sotto il braccio e gli occhi pieni di storie.
Perché alcuni artisti invecchiano. Altri diventano repertorio. Austin Forte, invece, resta seduzione: seduzione napoletana nel senso più profondo del termine — passione, disordine, talento, malinconia, splendore.
E alla fine della serata il pubblico è rimasto sospeso da qualche parte tra una canzone d’amore, una tela incompiuta e il modo in cui una donna continua ancora oggi a pronunciare il suo nome. Un’eredità viva, capace di vincere la battaglia impari contro la morte: un modo struggente per non dimenticare chi abbiamo davvero amato.

