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Yassin Mirzaei, studente iraniano giunto in Italia qualche anno fa per proseguire gli studi presso l’Università di Messina, è stato ucciso l’8 o il 9 gennaio, a Dareh Deraz, durante le proteste contro il regime. Si era laureato in Scienze geofisiche per il rischio sismico. Per le vacanze di Natale era tornato nella sua città, Kermanshah, a cinquecento chilometri da Teheran. Poteva rientrare in Italia. Ha scelto di restare. Per provare a cambiare il suo Paese.

Ali Haydari aveva diciassette anni. Era ancora uno studente liceale. È stato ammazzato giovedì scorso dalle forze del regime perché aveva partecipato a un corteo con gli amici e i compagni di classe.

Due giovani. Due scelte consapevoli. La strada più difficile. Il prezzo più alto.

A morire nelle piazze iraniane sono soprattutto ragazzi e ragazze sotto i trent’anni, con tutta la vita davanti. Non è un dettaglio emotivo. È un dato politico.

L’Iran che protesta è giovane, istruito, urbanizzato. Oltre il 60% della popolazione ha meno di 35 anni, il tasso di alfabetizzazione supera l’85%. Nonostante sanzioni e repressione, il Paese investe in istruzione e università. Soprattutto nelle donne, oggi maggioranza tra gli studenti. Coperte, umiliate, ma non domate.

Raccontare le rivolte iraniane come una crisi economica è riduttivo. Le proteste attraversano almeno tre generazioni: dal movimento studentesco degli anni Novanta, al 2009, fino alle ondate del 2017-2019 e quelle esplose dopo il 2022. Il filo rosso non è solo l’economia: è la libertà, il rifiuto di un sistema che controlla corpi e comportamenti, punendo soprattutto le donne.

La domanda non è perché scendano in piazza rischiando la vita. È perché per loro non si scenda altrove.

Una risposta sta nella geopolitica: l’Iran è strategico, conviene a pochi, spaventa molti. E quando gli interessi si accavallano, la libertà diventa negoziabile. Ma c’è anche una responsabilità culturale: l’idea, mai detta apertamente, che certi diritti possano aspettare, che certe rivoluzioni siano meno universali di altre. Il silenzio che ne deriva è sempre un alleato del potere.

Le immagini virali della ragazza che fuma e brucia l’immagine di Ali Khamenei, che sia stata scattata in Canada o in un altro luogo sicuro, non deformano la verità. La forza di una rivolta si misura nel prezzo pagato da chi la vive. In Iran quel prezzo è fatto dal sacrificio di Mahsa Amini, uccisa nel 2022 e che ha acceso la miccia, di corpi dilaniati restituiti alle famiglie, di donne e uomini invisibili, di ragazzi come Ali Haydari, morti per aver chiesto di essere visti.

In Iran, oggi, questo basta per morire.

E la libertà, se vale davvero, non può avere confini né pesi diversi. Altrimenti non è libertà.

Ogni volta che il potere incontra il sacrificio, la storia si ripete, ponendoci davanti a una domanda antica. Ineludibile.

Henryk Sienkiewicz, in “Quo vadis?”, la affida all’apostolo Pietro in fuga da Roma: «Domine, quo vadis?».

Cristo risponde: «Venio Romam iterum crucifigi».

Vengo a Roma. Per essere crocifisso di nuovo.

Parole di ritorno. Di responsabilità. Di coraggio.

Oggi risuonano nelle piazze iraniane.

I giovani, le donne, tornano ogni giorno dove sanno che possono essere colpiti, arrestati, uccisi.

La domanda, allora, non è dove vadano loro.

È dove stiamo andando noi, se continuiamo ad accettare che alcune crocifissioni pesino meno di altre.

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